Dimmi che hai bisogno di me: codipendenza


Gloria Noriega Gayol ha condotto una ricerca su 830 donne messicane, dando un contributo fondamentale nella comprensione della trasmissione del copione e della codipendenza. Grazie a questo suo contributo ha vinto il Premio Berne nel 2008.


La codipendenza è un modello di relazione disfunzionale basato su comportamenti specifici: la persona codipendente vive in funzione della realizzazione dei bisogni dell’altro e per farlo svaluta i propri bisogni, il proprio sentire. Questo comportamento nasconde in realtà un nucleo molto fragile, che è rimasto inascoltato per molto tempo.

Nella storia di vita della persona codipendente spesso si rintraccia la presenza di un ambiente familiare in cui erano presenti alcolismo, dipendenza da sostanze o fattori di stress prolungati nel tempo. In un contesto di questo tipo i problemi del genitore sono così ingombranti e gravi da non lasciare altro spazio, bisogna crescere in fretta e prendersi cura di quel genitore che non è in grado di farlo da sè. Quella bambina ha lasciato da parte sè stessa, i suoi bisogni, gli interessi, i sentimenti e i pensieri, “per vivere in funzione di una sicurezza che deriva dall’accettazione degli altri. In seguito diviene un’abitudine e la persona continua così al punto di perdersi, al punto di non sapere più chi è né che cosa vuole fare nella vita”, Noriega Gayol, G. (2015). Il copione della codipendenza nella relazione di coppia. Roma: Alpes Italia. All’interno di questa simbiosi ciascuno dei due ha bisogno dell’altro: l’alcolizzato ha bisogno che qualcuno si prenda cura di lui, la donna ha bisogno che il compagno alcolizzato dipenda da lei. La stabilità che deriva da questa situazione simbiotica, è acquisita ad un caro prezzo, che corrisponde alla svalutazione e alla rinuncia delle proprie risorse di una persona adulta.

Alcuni aspetti della persona codipendente risaltano nel momento in cui si relaziona con un altro:

- la negazione, cioè la svalutazione ad esempio attraverso autoinganni e giustificazioni, l’imposizione di un’immagine migliorativa all’esterno;

- lo sviluppo incompleto dell’identità, dovuto alla simbiosi secondaria irrisolta, che si può osservare, ad esempio, nella difficoltà a stabilire dei limiti e a prendere decisioni, sentimenti di autosvalutazione e impotenza, mancata consapevolezza dei propri bisogni;

- l’inibizione delle emozioni, la persona si mostra compiacente, evita i conflitti, ha timore di creare problemi e di perdere l’accettazione dell’altro;

- l’atteggiamento salvifico: la persona tenta di controllare l’ambiente mediante la risoluzione dei problemi altrui, l’eccessivo lavoro, il perfezionismo, la richiesta di farsi carico di responsabilità altrui.

Il copione della codipendenza è così intrecciato con quello culturale da essere difficilmente riconoscibile nella sua drammaticità: una donna su quattro è codipendente, secondo lo studio di Noriega, eppure questo disturbo non è ancora classificato in nessun manuale diagnostico. Anzi, in molti contesti è molto ben vista la donna codipendente che si annulla e che si dedica completamente al soddisfacimento dei bisogni e dei desideri del marito. Per non parlare di tutte le professioni d’aiuto, nonché il mondo del volontariato, che sono catalizzatori molto efficaci per persone con questo tipo di disturbo.




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